La biodiversità non si tutela nei centri abitati
Questa pillola di profonda saggezza è alla base della possibile estromissione dei centri abitati dal confine del Parco Nazionale Gran Paradiso. Il fatto che a pronunciarla sia stato il Presidente Mauro Durbano è sintomatico dei tempi. Presuppone una visione di parco e di biodiversità vecchia di almeno un secolo, che è poi l’età di questo parco. Un parco vecchio, appunto.
Questa pillola di profonda saggezza è alla base della possibile estromissione dei centri abitati dal confine del Parco Nazionale Gran Paradiso. Il fatto che a pronunciarla sia stato il Presidente Mauro Durbano è sintomatico dei tempi. Presuppone una visione di parco e di biodiversità vecchia di almeno un secolo, che è poi l’età di questo parco. Un parco vecchio, appunto.
La richiesta è partita dalle comunità locali, così come è partita dalle comunità locali la proposta di ampliamenti sul versante piemontese. Una contraddizione solo apparente: le richieste di ampliamento riguardano soprattutto zone di crinale, lontane da centri abitati. Secondo i promotori si “creerebbero in tal modo in tal modo corridoi ecologici”, ma si consentirebbe l’ingresso nell’area protetta di comuni confinanti ora esclusi: Pont Canavese, Ingria, Sparone, Groscavallo (!) che beneficerebbero in tal modo del marchio del parco (indubbio attrattore turistico), evitando al contempo la “grana” della problematica convivenza con le zone urbanizzate, da sempre ragione di conflitto.
L’ingresso di Groscavallo è per molti aspetti paradossale, trattandosi di un comune della Val Grande di Lanzo geograficamente e storicamente alieno.
Non entro nel merito dei tecnicismi di cui si vocifera (vedasi la proposta di area contigua): per il Gran Paradiso primo parco naturale italiano la questione è più complessa e riguarda la storia di questo parco, la sua origine, la sua esistenza tribolata. Il noto critico della Valsavarenche, dove ancora non si perdona al parco il fatto che la sua presenza abbia in passato impedito di beneficiare dell’oro bianco, mentre nelle valli vicine nascevano le grandi aree sciistiche.
La mancata funivia per la cima del Gran Paradiso.
La decisione della comunità locale, dicevo, sottende una logica datata: va bene il parco, ma se ne stia “a casa sua”, lassù sui bricchi. Una visione “dentro-fuori” che in realtà oggi, nel tempo dello sviluppo “sostenibile” (preferisco chiamarlo futuro possibile), non ha ragion d’essere.
Una decisione figlia di questi tempi di marcia indietro che coinvolge anche l’ambiente (il green new deal tramontato). E proprio oggi che le criticità ambientali, il mutamento climatico, l’erosione di biodiversità, si stanno palesando in tutta la drammaticità, il presidente del primo parco italiano afferma che “la biodiversità non si tutela nei centri abitati”. Ma lo pensa davvero? E allora la rete di parchi urbani europei che ci sta a fare? Le grandi città europee e non solo che hanno al limitare dell’abitato, nell’abitato, sulle rive dei corsi d’acqua, vaste aree di natura, plastica dimostrazione che la convivenza è possibile. E non solo, la natura, la biodiversità, è un fattore determinante per il miglioramento della qualità della vita.
I montanari, gli abitanti della “terre alte”, si dirà che non ne hanno bisogno. perché loro con la natura ci convivono, ci hanno fatto i conti da sempre. Ma oggi è con il turismo che occorre fare i conti, le sue forme più invasive e perverse.
I parchi come già dimostrato sono un’alternativa anche per questo: laboratori di sostenibilità, non avulsi dal consorzio umano ma che lo comprendono.
Il Parco Gran Paradiso ha già una zonizzazione. La gestione territoriale a 3000 metri non è la stessa del fondovalle abitato. Chiederne l’uscita è solo un fatto di principio. Perché il parco, questo parco, anche se il governo è di fatto affidato agli enti locali, e lo stambecco è da tempo in bella mostra sulle brochure turistiche, non è mai davvero stato accettato.
O meglio: accettato sì, purché non faccia troppo il suo lavoro. Che in fin dei conti sarebbe quello di costruire un futuro possibile.
Un mondo in cui non ci sia bisogno di parchi.
La richiesta è partita dalle comunità locali, così come è partita dalle comunità locali la proposta di ampliamenti sul versante piemontese. Una contraddizione solo apparente: le richieste di ampliamento riguardano soprattutto zone di crinale, lontane da centri abitati. Secondo i promotori si “creerebbero in tal modo in tal modo corridoi ecologici”, ma si consentirebbe l’ingresso nell’area protetta di comuni confinanti ora esclusi: Pont Canavese, Ingria, Sparone, Groscavallo (!) che beneficerebbero in tal modo del marchio del parco (indubbio attrattore turistico), evitando al contempo la “grana” della problematica convivenza con le zone urbanizzate, da sempre ragione di conflitto.
L’ingresso di Groscavallo è per molti aspetti paradossale, trattandosi di un comune della Val Grande di Lanzo geograficamente e storicamente alieno.
Non entro nel merito dei tecnicismi di cui si vocifera (vedasi la proposta di area contigua): per il Gran Paradiso primo parco naturale italiano la questione è più complessa e riguarda la storia di questo parco, la sua origine, la sua esistenza tribolata. Il noto critico della Valsavarenche, dove ancora non si perdona al parco il fatto che la sua presenza abbia in passato impedito di beneficiare dell’oro bianco, mentre nelle valli vicine nascevano le grandi aree sciistiche.
La mancata funivia per la cima del Gran Paradiso.
La decisione della comunità locale, dicevo, sottende una logica datata: va bene il parco, ma se ne stia “a casa sua”, lassù sui bricchi. Una visione “dentro-fuori” che in realtà oggi, nel tempo dello sviluppo “sostenibile” (preferisco chiamarlo futuro possibile), non ha ragion d’essere.
Una decisione figlia di questi tempi di marcia indietro che coinvolge anche l’ambiente (il green new deal tramontato). E proprio oggi che le criticità ambientali, il mutamento climatico, l’erosione di biodiversità, si stanno palesando in tutta la drammaticità, il presidente del primo parco italiano afferma che “la biodiversità non si tutela nei centri abitati”. Ma lo pensa davvero? E allora la rete di parchi urbani europei che ci sta a fare? Le grandi città europee e non solo che hanno al limitare dell’abitato, nell’abitato, sulle rive dei corsi d’acqua, vaste aree di natura, plastica dimostrazione che la convivenza è possibile. E non solo, la natura, la biodiversità, è un fattore determinante per il miglioramento della qualità della vita.
I montanari, gli abitanti della “terre alte”, si dirà che non ne hanno bisogno. perché loro con la natura ci convivono, ci hanno fatto i conti da sempre. Ma oggi è con il turismo che occorre fare i conti, le sue forme più invasive e perverse.
I parchi come già dimostrato sono un’alternativa anche per questo: laboratori di sostenibilità, non avulsi dal consorzio umano ma che lo comprendono.
Il Parco Gran Paradiso ha già una zonizzazione. La gestione territoriale a 3000 metri non è la stessa del fondovalle abitato. Chiederne l’uscita è solo un fatto di principio. Perché il parco, questo parco, anche se il governo è di fatto affidato agli enti locali, e lo stambecco è da tempo in bella mostra sulle brochure turistiche, non è mai davvero stato accettato.
O meglio: accettato sì, purché non faccia troppo il suo lavoro. Che in fin dei conti sarebbe quello di costruire un futuro possibile.
Un mondo in cui non ci sia bisogno di parchi.