Colle del Nivolet, ovvero la quadratura del cerchio
Il tema è la regolamentazione dell’accesso dei mezzi motorizzati ai 2612 metri del Colle. Nello specifico lo scopo è la condivisione dei risultati della sperimentazione messa in atto nel 2025, dopo lo stop nel 2023 al progetto ventennale “A piedi fra le nuvole”. Lo scopo è la quadratura del cerchio… .
Lo spunto è un incontro pubblico organizzato dall’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso: martedì 9, ore 17, presso la sala incontri del Gran Hotel, centro visitatori Homo et ibex (dedicato allo stambecco).
Il tema è la regolamentazione dell’accesso dei mezzi motorizzati ai 2612 metri del Colle. Nello specifico lo scopo è la condivisione dei risultati della sperimentazione messa in atto nel 2025, dopo lo stop nel 2023 al progetto ventennale “A piedi fra le nuvole”.
Lo scopo è la quadratura del cerchio… .
Sono invitati all’incontro i portatori di interesse: amministratori, abitanti, esercenti, guide, turisti. Turisti? Sono portatori di interesse i turisti? Me lo chiedo, sono un turista. Forse un po’ particolare, vista la passata (passata!) attività professionale e, soprattutto, la funzione, passata anche questa, di consigliere dell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso. Ma di fatto ora soltanto turista sono.
Un turista curioso …
Il comunicato dell’incontro recita: “Accesso libero fino a esaurimento posti”. La sala è capiente ma l’argomento è caldo, ci sarà ressa penso, per cui alle 16, con anticipo forse eccessivo, mi trovo nel prato, verdissimo come da stagione, davanti al Grand Hotel.
Sono solo e tale resto fino alle 16,50, quando (non ci speravo più) un’auto si accomoda nel parcheggio. Solo in compagnia delle Levanne, a godermi la luce radente del sole sullo scivolo del Col Perdu.
Alle 17 però si inizia, il Presidente Mauro Durbano apre con i saluti, poi cede la parola alla Direttrice Sonia Calderola per la relazione.
La Direttrice sciorina dati, grafici, un lavoro coscienzioso, fatto bene, che prende in considerazione i vari aspetti del problema: gli impatti sulla fauna, compresa quella detta “minore”, alle proposte alternative.
I limiti a una motorizzazione eccessiva.
Un Nivolet per tutti ma non per tutto è l’obiettivo.
Un lavoro che meriterebbe attenta considerazione, ma la sala è in gran parte deserta. Lo ammetto: sono un po’ stupito. Eppure, questione di giorni, la strada riaprirà. Ma non era la strada del Nivolet un argomento caldo?
Caldo certo, ma anche un po’ stantio. O molto semplicemente quadrare un cerchio, ovvero mettere insieme esigenze così diverse, è cosa ardua. Le leggi della geometria non ammettono deroghe.
Sul Colle, in bicicletta
Martedì 9, alle 17 del pomeriggio si parlerà del Nivolet, di come dare dignità estiva a quel luogo d’incanto. Cosa c’è di meglio per predisporre la mente, l’animo, il cuore, che salirci pedalando? Misurare la strada in sella alla bicicletta. A dispetto dell’inverno nevoso, complice una primavera calda e siccitosa la carreggiata è transitabile fin sul piano. Ma il limite per i motori è ilil parcheggio presso la diga del Serrù, l’occasione è ghiotta.
Al mattino la gran parata di nuvole che sfila nel cielo non è un buon viatico, ma non si annuncia pioggia e dunque si va.
Si va su una strada oltremodo tranquilla, per la ressa ci sarà tempo.
Nella borgata Capoluogo, davanti al municipio, sosta rituale alla Libreria dell’Orco per un saluto a Federica, la titolare:
“Ci sei anche tu oggi?” le chiedo. “Probabilmente sì”. “Bene, così mi racconti un po’ di cose, mi aggini sulle vicende ceresoline…”.
Federica, ceresolina doc, è un po’ la mia fonte di aggiornamento su quel che bolle in pentola da queste parti. E il punto di vista di una libraia è prezioso.
Una libreria al tempo dell’overturismo, ci può stare?
Federica: “Le stagioni “morte”, le stagioni di mezzo, sono lunghe, ma Ceresole ha un’importante tradizione turistica, ci sono molti clienti affezionati che frequentano la libreria che è anche rivendita di giornali. Poi ci sono i giovani, i ragazzi attirati dagli eventi di arrampicata. Sono un mondo a parte, con i loro ritmi e i loro riti, sfuggono ai censimenti. Molti arrivano da oltre confine e frequentano la libreria per le guide specializzate. Un settore merceologico
particolare che funziona è quello degli adesivi, soprattutto gli adesivi del parco.
Segno che per molti frequentatori della valle il parco è elemento di distinzione, un valore.
Già… .
Nel Parco
A fondo lago, in borgata Chiapili di sotto, un cartello ne annuncia l’ingresso.
Dal fuori al dentro, cambia qualcosa? Il vento è lo stesso, e così le nuvole filanti. “Oltre il confine non trovai fiori diversi”, asseriva Francesco De Gregori ne “La canzone di Hilde”. Un De Gregori acerbo, Rimmel sarebbe arrivato di lì a poco.
Fuori o dentro l’area protetta, questione spinosa ieri come oggi, attualissima: è fresca la decisione della comunità del parco (i comuni) di chiedere l’esclusione dall’area protetta del fondovalle della Valsavarenche con tutti gli abitati.
La decisione era nell’aria, i tempi politici sono favorevoli. Si definirebbe in tal modo una compensazione con gli ampliamenti allo studio in zone di crinale in
Piemonte, con l’ingresso nell’area protetta di comuni ora esterni. Una cosa è istituire misure di tutela in zone che di fatto si tutelano da sole, altro è uscire di casa ed essere in un parco.
Già…
Siamo nel parco, ma in barba alle esortazioni di Samivel (questo è il luogo del silenzio) un drappello di centauri mi passa accanto rombando. È la premessa di quel che sarà a breve con l’apertura della strada e l’estate alle porte (ma perché le moto devono fare tutto sto chiasso?). E dunque ripeto la domanda: c’è differenza fra “dentro e fuori”?
La cascata copiosa che scende dal Vallone di Ferauda annuncia che in alto, nelle combe ai piedi del Colle della Terra, verso il Colle di Punta Fourà (dove fino a 20 anni fa c’era un bel ghiacciaietto) la neve è ancora abbondante. E così è nel Vallone del Carro che, in alto, offre ancora un bel terreno di gioco per sciatori. Il pegno è un’oretta di portage, ma si può fare, e in molti lo fanno.
Una performance da ridere per gli alpinisti/atleti d’oggi.
Come sempre i tornanti (il pezzo più faticoso) mettono a dura prova fiato e gambe, complice il vento contrario la convinzione vacilla. E, come sempre, passati i tornanti, il muro di cemento della diga crea una certa apprensione.
Esorta a non trattenersi troppo sull’ampia spianata-parcheggio oggi pressoché deserta. È qui oggi il limite ai mezzi motorizzanti. Annunciato fin da Ceresole, ma, nonostante ciò, posso immaginare i commenti di chi, avendo davanti la carreggiata sgombra da neve, è costretto a fare dietro front davanti alla sbarra.
Pazientate centauri, questione di giorni, l’estate spalancherà le porte alle rombanti esibizioni. Adrenalina motorizzata.
Niente limite al contrario per ciclisti e camminatori, gente notoriamente “privilegiata”. Il loro premio sono i prati in fiore e un piccolo branco di stambecchi che pascola tranquillo, indifferente ai pochi umani seduti nei pressi.
Una foto ci può stare, sempre di un simbolo si tratta.
E pensare che c’è chi proponeva di aprire la caccia.
“Ils sont très confiants”, afferma un francese che osserva la scena.
Aprire la caccia allo stambecco, pensa te.
Quasi a compensare il tratto a valle del Serrù i tornanti oltre la diga dell’Agnel offrono una pendenza più tranquilla, i muscoli ormai simil larice ringraziano. A creare qualche disagio, ricordando che siamo a 2500 metri, ci pensa il vento ora più deciso. Anche per questo non mi trattengo al belvedere e, con due pedalate, raggiungo il colle. Arrivano altri ciclisti: “Buongiorno, ci farebbe una foto?”.
II Nivolet è sempre il Nivolet, un’impresa da ricordare.
Chiedo loro una foto (il Nivolet é sempre…).
Chivasso una cittadina, un rifugio
Due passi sul sentiero sono l’esiguo pegno per affacciarsi sull’altipiano. Uno scorcio noto, potrei descriverlo a occhi chiusi. Stupore ancora è la sensazione indotta dalla poca neve, verso il Col Leynir i pendii sono in gran parte sgombri.
Malinconia è invece la sensazione nel vedere il Rifugio Città di Chivasso, chiuso da anni. E non posso non pensare alle chiacchierate tardo serali con Sandro, gestore, o meglio, custode per anni di questo luogo al limite: fra Piemonte e Val dìAosta, fra turismi diversi, camminatori e motorizzati, non sempre conciliabili.
“Siamo a due passi da una strada ma questo è sempre un rifugio”. Sandro ci teneva a ribadire il concetto.
Un rifugio con i suoi ritmi e le sue regole, e quindi a letto presto, perché c’è chi presto il mattino dopo si mette in cammino.
Messi a letto alpinisti e camminatori, Sandro poi si tratteneva con gli “intimi”, quelli che, diceva lui: “conoscono la storia del rifugio”.
Sandro la strada l’avrebbe chiusa, d'altronde saliva quassù a marzo per la stagione sci alpinistica. Quassù, custode del silenzio e della neve.
In discesa incontro il francese, sta salendo con la moglie (très beau site).
Incontro altri ciclisti.
Al pomeriggio
Non so quale sia stato l’esito dell’incontro di Ceresole. Negli interventi iniziali non si volava alto e dalle parole emergeva tutta la confusione che ancora regna sul ruolo dei parchi naturali. Sulle loro competenze che non sono quelle di portare a valle (magari con i mezzi di servizio) i rifiuti prodotti in alta montagna.
Parchi troppo spesso capri espiatori per l’incapacità di scegliere, istituzioni a cui far pagare le colpe del mancato sviluppo. Dei domaine skiable mai nati.
Un plauso alla direttrice Caldirola che ha cercato con ostinazione di tenere la barra dritta: “La regolamentazione è una strada da la quale non si torna indietro”.
Questa in estrema sintesi, al di là di numeri e congetture, la conclusione.
Una strada da percorrere “Un passo alla volta” (titolo dell’incontro).
In montagna daltronde i tempi sono lenti, una regola che però i ghiacciai del Gran Paradiso hanno disconosciuto. Da quelle parti niente sfibranti mediazioni, ma si viaggia veloci verso nuovi paesaggi, nuovi ambienti. Nuovi mondi.
I parchi naturali dovrebbero contribuire alla loro costruzione. Compito arduo, da far tremare i polsi. Per il Gran Paradiso il Nivolet è un banco di prova.
Sarà in grado di superarlo?
Un fiordo
Più tardi, scendendo alla piana, la lunga Valle dell’Orco mi ricorda per l’ennesima volta un fiordo che si insinua fra le montagne del Canavese. E, siccome non mi difettano le fantasie distopiche, vado con la mente a un possibile futuro in cui il Pianeta che suo malgrado ospita la nostra specie ha subito notevoli stravolgimenti. Derive di continenti, cambi di clima, anche se per quelli non c’è bisogno di spingersi tanto in là. Con una immane elevazione di livello, il mare si è insinuato fra le montagne e quella che oggi chiamiamo Valle dell’Orco è diventata un fiordo davvero.
Mi immagino la querelle: natanti a remi o natanti a motore?
Insomma, il cerchio è rimasto tale.
Nivolet nel 2026
Info sul sito dell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso:
https://www.pngp.it/notizie/nivolet-un-passo-alla-volta-confermata-il-2026-la-
regolamentazione-degli-accessi-alla-sp50
Il tema è la regolamentazione dell’accesso dei mezzi motorizzati ai 2612 metri del Colle. Nello specifico lo scopo è la condivisione dei risultati della sperimentazione messa in atto nel 2025, dopo lo stop nel 2023 al progetto ventennale “A piedi fra le nuvole”.
Lo scopo è la quadratura del cerchio… .
Sono invitati all’incontro i portatori di interesse: amministratori, abitanti, esercenti, guide, turisti. Turisti? Sono portatori di interesse i turisti? Me lo chiedo, sono un turista. Forse un po’ particolare, vista la passata (passata!) attività professionale e, soprattutto, la funzione, passata anche questa, di consigliere dell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso. Ma di fatto ora soltanto turista sono.
Un turista curioso …
Il comunicato dell’incontro recita: “Accesso libero fino a esaurimento posti”. La sala è capiente ma l’argomento è caldo, ci sarà ressa penso, per cui alle 16, con anticipo forse eccessivo, mi trovo nel prato, verdissimo come da stagione, davanti al Grand Hotel.
Sono solo e tale resto fino alle 16,50, quando (non ci speravo più) un’auto si accomoda nel parcheggio. Solo in compagnia delle Levanne, a godermi la luce radente del sole sullo scivolo del Col Perdu.
Alle 17 però si inizia, il Presidente Mauro Durbano apre con i saluti, poi cede la parola alla Direttrice Sonia Calderola per la relazione.
La Direttrice sciorina dati, grafici, un lavoro coscienzioso, fatto bene, che prende in considerazione i vari aspetti del problema: gli impatti sulla fauna, compresa quella detta “minore”, alle proposte alternative.
I limiti a una motorizzazione eccessiva.
Un Nivolet per tutti ma non per tutto è l’obiettivo.
Un lavoro che meriterebbe attenta considerazione, ma la sala è in gran parte deserta. Lo ammetto: sono un po’ stupito. Eppure, questione di giorni, la strada riaprirà. Ma non era la strada del Nivolet un argomento caldo?
Caldo certo, ma anche un po’ stantio. O molto semplicemente quadrare un cerchio, ovvero mettere insieme esigenze così diverse, è cosa ardua. Le leggi della geometria non ammettono deroghe.
Sul Colle, in bicicletta
Martedì 9, alle 17 del pomeriggio si parlerà del Nivolet, di come dare dignità estiva a quel luogo d’incanto. Cosa c’è di meglio per predisporre la mente, l’animo, il cuore, che salirci pedalando? Misurare la strada in sella alla bicicletta. A dispetto dell’inverno nevoso, complice una primavera calda e siccitosa la carreggiata è transitabile fin sul piano. Ma il limite per i motori è ilil parcheggio presso la diga del Serrù, l’occasione è ghiotta.
Al mattino la gran parata di nuvole che sfila nel cielo non è un buon viatico, ma non si annuncia pioggia e dunque si va.
Si va su una strada oltremodo tranquilla, per la ressa ci sarà tempo.
Nella borgata Capoluogo, davanti al municipio, sosta rituale alla Libreria dell’Orco per un saluto a Federica, la titolare:
“Ci sei anche tu oggi?” le chiedo. “Probabilmente sì”. “Bene, così mi racconti un po’ di cose, mi aggini sulle vicende ceresoline…”.
Federica, ceresolina doc, è un po’ la mia fonte di aggiornamento su quel che bolle in pentola da queste parti. E il punto di vista di una libraia è prezioso.
Una libreria al tempo dell’overturismo, ci può stare?
Federica: “Le stagioni “morte”, le stagioni di mezzo, sono lunghe, ma Ceresole ha un’importante tradizione turistica, ci sono molti clienti affezionati che frequentano la libreria che è anche rivendita di giornali. Poi ci sono i giovani, i ragazzi attirati dagli eventi di arrampicata. Sono un mondo a parte, con i loro ritmi e i loro riti, sfuggono ai censimenti. Molti arrivano da oltre confine e frequentano la libreria per le guide specializzate. Un settore merceologico
particolare che funziona è quello degli adesivi, soprattutto gli adesivi del parco.
Segno che per molti frequentatori della valle il parco è elemento di distinzione, un valore.
Già… .
Nel Parco
A fondo lago, in borgata Chiapili di sotto, un cartello ne annuncia l’ingresso.
Dal fuori al dentro, cambia qualcosa? Il vento è lo stesso, e così le nuvole filanti. “Oltre il confine non trovai fiori diversi”, asseriva Francesco De Gregori ne “La canzone di Hilde”. Un De Gregori acerbo, Rimmel sarebbe arrivato di lì a poco.
Fuori o dentro l’area protetta, questione spinosa ieri come oggi, attualissima: è fresca la decisione della comunità del parco (i comuni) di chiedere l’esclusione dall’area protetta del fondovalle della Valsavarenche con tutti gli abitati.
La decisione era nell’aria, i tempi politici sono favorevoli. Si definirebbe in tal modo una compensazione con gli ampliamenti allo studio in zone di crinale in
Piemonte, con l’ingresso nell’area protetta di comuni ora esterni. Una cosa è istituire misure di tutela in zone che di fatto si tutelano da sole, altro è uscire di casa ed essere in un parco.
Già…
Siamo nel parco, ma in barba alle esortazioni di Samivel (questo è il luogo del silenzio) un drappello di centauri mi passa accanto rombando. È la premessa di quel che sarà a breve con l’apertura della strada e l’estate alle porte (ma perché le moto devono fare tutto sto chiasso?). E dunque ripeto la domanda: c’è differenza fra “dentro e fuori”?
La cascata copiosa che scende dal Vallone di Ferauda annuncia che in alto, nelle combe ai piedi del Colle della Terra, verso il Colle di Punta Fourà (dove fino a 20 anni fa c’era un bel ghiacciaietto) la neve è ancora abbondante. E così è nel Vallone del Carro che, in alto, offre ancora un bel terreno di gioco per sciatori. Il pegno è un’oretta di portage, ma si può fare, e in molti lo fanno.
Una performance da ridere per gli alpinisti/atleti d’oggi.
Come sempre i tornanti (il pezzo più faticoso) mettono a dura prova fiato e gambe, complice il vento contrario la convinzione vacilla. E, come sempre, passati i tornanti, il muro di cemento della diga crea una certa apprensione.
Esorta a non trattenersi troppo sull’ampia spianata-parcheggio oggi pressoché deserta. È qui oggi il limite ai mezzi motorizzanti. Annunciato fin da Ceresole, ma, nonostante ciò, posso immaginare i commenti di chi, avendo davanti la carreggiata sgombra da neve, è costretto a fare dietro front davanti alla sbarra.
Pazientate centauri, questione di giorni, l’estate spalancherà le porte alle rombanti esibizioni. Adrenalina motorizzata.
Niente limite al contrario per ciclisti e camminatori, gente notoriamente “privilegiata”. Il loro premio sono i prati in fiore e un piccolo branco di stambecchi che pascola tranquillo, indifferente ai pochi umani seduti nei pressi.
Una foto ci può stare, sempre di un simbolo si tratta.
E pensare che c’è chi proponeva di aprire la caccia.
“Ils sont très confiants”, afferma un francese che osserva la scena.
Aprire la caccia allo stambecco, pensa te.
Quasi a compensare il tratto a valle del Serrù i tornanti oltre la diga dell’Agnel offrono una pendenza più tranquilla, i muscoli ormai simil larice ringraziano. A creare qualche disagio, ricordando che siamo a 2500 metri, ci pensa il vento ora più deciso. Anche per questo non mi trattengo al belvedere e, con due pedalate, raggiungo il colle. Arrivano altri ciclisti: “Buongiorno, ci farebbe una foto?”.
II Nivolet è sempre il Nivolet, un’impresa da ricordare.
Chiedo loro una foto (il Nivolet é sempre…).
Chivasso una cittadina, un rifugio
Due passi sul sentiero sono l’esiguo pegno per affacciarsi sull’altipiano. Uno scorcio noto, potrei descriverlo a occhi chiusi. Stupore ancora è la sensazione indotta dalla poca neve, verso il Col Leynir i pendii sono in gran parte sgombri.
Malinconia è invece la sensazione nel vedere il Rifugio Città di Chivasso, chiuso da anni. E non posso non pensare alle chiacchierate tardo serali con Sandro, gestore, o meglio, custode per anni di questo luogo al limite: fra Piemonte e Val dìAosta, fra turismi diversi, camminatori e motorizzati, non sempre conciliabili.
“Siamo a due passi da una strada ma questo è sempre un rifugio”. Sandro ci teneva a ribadire il concetto.
Un rifugio con i suoi ritmi e le sue regole, e quindi a letto presto, perché c’è chi presto il mattino dopo si mette in cammino.
Messi a letto alpinisti e camminatori, Sandro poi si tratteneva con gli “intimi”, quelli che, diceva lui: “conoscono la storia del rifugio”.
Sandro la strada l’avrebbe chiusa, d'altronde saliva quassù a marzo per la stagione sci alpinistica. Quassù, custode del silenzio e della neve.
In discesa incontro il francese, sta salendo con la moglie (très beau site).
Incontro altri ciclisti.
Al pomeriggio
Non so quale sia stato l’esito dell’incontro di Ceresole. Negli interventi iniziali non si volava alto e dalle parole emergeva tutta la confusione che ancora regna sul ruolo dei parchi naturali. Sulle loro competenze che non sono quelle di portare a valle (magari con i mezzi di servizio) i rifiuti prodotti in alta montagna.
Parchi troppo spesso capri espiatori per l’incapacità di scegliere, istituzioni a cui far pagare le colpe del mancato sviluppo. Dei domaine skiable mai nati.
Un plauso alla direttrice Caldirola che ha cercato con ostinazione di tenere la barra dritta: “La regolamentazione è una strada da la quale non si torna indietro”.
Questa in estrema sintesi, al di là di numeri e congetture, la conclusione.
Una strada da percorrere “Un passo alla volta” (titolo dell’incontro).
In montagna daltronde i tempi sono lenti, una regola che però i ghiacciai del Gran Paradiso hanno disconosciuto. Da quelle parti niente sfibranti mediazioni, ma si viaggia veloci verso nuovi paesaggi, nuovi ambienti. Nuovi mondi.
I parchi naturali dovrebbero contribuire alla loro costruzione. Compito arduo, da far tremare i polsi. Per il Gran Paradiso il Nivolet è un banco di prova.
Sarà in grado di superarlo?
Un fiordo
Più tardi, scendendo alla piana, la lunga Valle dell’Orco mi ricorda per l’ennesima volta un fiordo che si insinua fra le montagne del Canavese. E, siccome non mi difettano le fantasie distopiche, vado con la mente a un possibile futuro in cui il Pianeta che suo malgrado ospita la nostra specie ha subito notevoli stravolgimenti. Derive di continenti, cambi di clima, anche se per quelli non c’è bisogno di spingersi tanto in là. Con una immane elevazione di livello, il mare si è insinuato fra le montagne e quella che oggi chiamiamo Valle dell’Orco è diventata un fiordo davvero.
Mi immagino la querelle: natanti a remi o natanti a motore?
Insomma, il cerchio è rimasto tale.
Nivolet nel 2026
Info sul sito dell’Ente Parco Nazionale Gran Paradiso:
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